(estratto)
L’inizio del Quattrocento vide un fondamentale cambiamento concettuale nel rapporto tra arte ed esoterismo; infatti, Pietro Bono da Ferrara propose un’evoluzione che spostò l’alchimia, da sola scienza legata per lo più alla chimica e alla metallurgia, verso la filosofia. La trasmutazione non poteva essere compresa solo dalla logica: per afferrare l’oltre era necessario conoscere più codici espressivi: metafore, allegorie e simbolismo pittorico desunto dalla mitologia greca e dal simbolismo cristiano.
Proprio durante il Rinascimento, a Firenze, iniziarono a comparire i trattati alchemici illustrati con disegni e opere d’arte. La svolta si ebbe nel 1463, quando Cosimo de’ Medici incaricò Marsilio Ficino di tradurre il Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto (125-180 d.C.), ritenuto padre dell’alchimia. Nel corso dei secoli, gli artisti hanno utilizzato molteplici codici espressivi, nella maggior parte dei casi per scelta consapevole (desiderio di trasmettere un messaggio identificabile solo da occhi esperti) e in alcuni casi in modo meno cosciente per l’intervento di quelli che Carl Gustav Jung definirebbe «archetipi emersi dall’inconscio collettivo». In molte opere, perciò, possiamo trovare piani narrativi differenti, ma in quasi tutte non sarà sufficiente un approccio percettivo solamente razionale.
Questo è certamente il caso di Lolita Timoofeva che, attraverso le sue opere, interroga la memoria archetipica dell’immaginario collettivo facendo emergere collegamenti più o meno diretti con il simbolismo alchemico. Il più delle volte non è l’artista a creare il simbolo, ma è il simbolo, tramandato di generazione in generazione, che le si impone. Timofeeva trasmuta la materia in forma che incontra il colore e la superficie per poi unirsi alla luce, alla bellezza suprema. Il suo obiettivo è quello di andare oltre la superficie delle cose, trasformando la realtà nella sua espressione più alta.
Ogni sua proposta visiva è collegata a filo doppio con l’alchimia in quanto portatrice di verità profonde, non sempre consapevoli. Lo stesso Jung, grande collezionista di testi alchemici utilizzati nello studio della psicologia, affermava che fin dalle sue origini l’alchimia presentava un duplice aspetto: da un lato il lavoro pratico del laboratorio, dall’altro il processo psicologico, in parte conscio e in parte inconsapevole, proiettato al processo di trasmutazione della materia. Anche Timofeeva riflette sulla differenza tra tempo sospeso (oggettivo) e tempo percepito, non misurabile (soggettivo). Le sue figure sono contestualizzate in dimensioni prive di riferimenti spazio-temporali, ma connotate da azioni in essere o da simboli di natura esoterica. Le sue visioni oniriche corrispondono a un lucido sogno in cui la protagonista immerge le gambe nelle tenebre dell’acqua per esplorare il mistero che vi abita.
«Per cercare di intuire il concetto di tempo – scrive Timoofeva -, mi sono rivolta alla mia dimensione onirica lavorando sugli elementi suggeriti dal mio inconscio. Sono partita da un sogno ricorrente in cui mi vedo un’adolescente che, sfidando la notte e l’ignoto, raggiunge uno stagno, in solitudine e in segreto». L’acqua diventa simbolo di vita, nascita e rinascita. L’immagine riflessa potrebbe simboleggiare il desiderio di qualcosa che va oltre la materialità delle cose, la ricerca della propria anima. li pesce rosso, in questo caso, potrebbe alludere alla pietra filosofale che conduce attraverso le quattro fasi alchemiche (quattro come le stagioni, le età di un’esistenza, le fasi del giorno, gli elementi e i colori primari della pittura greca classica), verso la luce.
Il periodo che va dal 1610 al 1690 si apre con le scoperte astronomiche di Keplero e di Galileo Galilei e termina con l’opera di lsaac Newton che espone le sue leggi sulla gravitazione universale. Per la prima volta si parla di autonomia della scienza, che diventa indipendente dalla religione: decisivo risulta l’uso della matematica che viene ad assumere il ruolo di disciplinatrice. Newton è tra i primi a studiare il calcolo infinitesimale. L’invenzione dell’orologio di precisione e del pendolo trasformano anche l’idea dell’universo che viene immaginato come una macchina di cui occorre studiare il funzionamento. Nel Seicento, scienza e filosofia sono indivisibili: il valore degli studi non dipende più dalla loro corrispondenza con una supposta verità, ma deve seguire procedure rigorosamente scientifiche che partono dall’analisi dei fenomeni concreti.