Lolita Timofeeva

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2014 Valerio Dehò

Meta. Un poema collettivo creato da Lolita Timofeeva 

L’evoluzione della pratica artistica rispecchia lo sviluppo filosofico e politico delle società all’interno delle quali si è sviluppata: il passaggio dall’arte contemplativa a quella relazionale è ascrivibile da un lato al contesto politico e allo sviluppo delle correnti anarchiche e utopiche presenti nelle poetiche del Novecento, all’altro dello sviluppo della società 2.0 veicolata dai new media e dai social network. Se il fine ultimo di ogni pensiero utopico è liberare la creatività e il talento dei singoli individui, al fine di concedere loro un ruolo chiave nello sviluppo della collettività, gli artisti hanno contribuito sensibilmente a questo evolversi, combattendo una battaglia culturale fondamentale. Il ruolo dello spettatore come parte attiva ha inoltre molti punti di contatto con l’attuale teoria della democrazia partecipativa, convergenza sottolineata idealmente dalla mancanza di gerarchia fra creatore e fruitore: le azioni che rendono possibile questa partecipazione rientrano quindi interamente nelle possibilità creative dell’artista, qualora questa interazione avvenga coscientemente. Nel corso dell’ultimo secolo l’attributo “relazionale” è stato quindi frequentemente utilizzato per indicare ogni tentativo di superare tale dicotomia, andando di volta in volta a identificare azioni partecipative, opere interattive, performance pubbliche etc, rendendo lo stesso termine difficilmente rappresentativo di un’unica e determinata tipologia di ricerca artistica. L’autore scompare, lasciando il ruolo attivo di “costruttore” allo spettatore/fruitore, ma nello stesso tempo l’artista è presente in quanto predispone il dispositivo verso l’utilizzo ricercato e quindi predeterminato.
Lolita Timofeeva, nata a Riga in Lettonia, pur avendo fatto degli studi accademici e una attività artistica già consolidata legata alla pittura, al disegno e al libro d’artista, non rinuncia a collegarsi a delle tendenza attuali che puntano proprio alla creazione di opere d’arte collettive. Le sue mostre richiedono sempre la collaborazione del pubblico spesso in un ottica meno sociologica e più poetica che ricorda le esperienze surrealiste di Philippe Soupault, per esempio. “Meta” è appunto una mostra in cui vari moduli e linguaggi si affrontano. Nell’ambiente unico della galleria, è presente una scala che sta a simboleggiare una possibile ascensione verso un traguardo da raggiungere. In precedenza l’artista in varie occasioni aveva invitato i visitatori di diversi nazioni e occasioni, a completare la frase-titolo dell’opera “E quando raggiungerò il punto più alto…” Le persone si sono espresse scrivendo i loro testi sulle strisce di carta riciclata. Dopodiché la Timofeeva ha raggruppato i pensieri disposti in altrettante righe, li ha manipolati e completati per dare un senso complessivo, un pensiero sovra individuale. Il risultato è forse una riflessione universale sul percorso della nostra vita e sulla meta da raggiungere che è la sintesi di varie posizioni personali. La singolarità delle frasi diventa un poema collettivo.
La mostra di Lolita Timofeeva mette insieme due livelli diversi ma coincidenti. Da un lato la simbologia della scala e della fatica che si deve fare per raggiungere qualcosa di desiderato, diventa la metafora della vita, del sentimento della vita. I bambini del video, la scala fisicamente presente sono parte di un’istallazione che richiama evidentemente l’ascesa, l’elevarsi, il porsi in una dimensione altra. Dall’altro lato l’artista adopera degli archetipi che sono dei veri e propri contenitori di idee e sentimenti, perché non mette in evidenza il simbolo puro e semplice, ma instaura una relazione artistica in progress. Possiamo citare il celebre quadro di Mirò “Cane che abbaia alla luna” del 1926 o anche la celebre Stairway to heaven dei Led Zeppelin, tanto per ricordare due “immagini” che la scala sa evocare tra le mille altre. Proprio per questo è una figura fondamentale della nostra cultura, la scala prelude ad un innalzamento, a riuscire a portarsi in alto per vedere meglio il mondo, per vedere meglio la nostra vita. “Meta” è la sintesi di un lavoro precedente con il pubblico e il suo immaginario, ma costituisce anche il seme di una mostra a venire. Gli spettatori di oggi non solo assistono e concludono un processo iniziato in precedenza, ma a loro volta sono invitati a fornire una nuova frase che l’artista elaborerà come ha fatto in precedenza. Infatti in galleria è stato allestito un camerino, una sorta di confessionale con tanto di inginocchiatoio e di specchio, all’interno del quale i visitatori della mostra devono entrare e poi scrivere una loro impressione, un loro pensiero. Ogni mostra costituisce il germe per quella seguente. Si crea in questo modo una lunga catena di scambi e relazioni tra persone che non si conoscono ma che entrano in contatto attraverso l’arte relazionale. La creazione di una collettività legata al progetto, il far venire fuori dalla gente ciò che pensano su aspetti fondamentali dell’esistenza, una esperienza interpersonale nuova e libera, e soprattutto le forme attraverso le quali si instaura, rappresentano quindi l’oggetto stesso della ricerca. Avviene in sostanza l’identificazione totale fra “oggetto d’arte” e “format di relazione”, andando oltre il semplice utilizzo di tali modalità come parte del linguaggio dell’arte ma definendo esse stesse come opera. L’artista crea connessioni, link, apre delle possibilità di comunicazione nel corso del tempo, diventa il custode di pensieri frasi che grazie all’operazione di Lolita Timofeeva travalicano il tempo, l’occasionalità dell’esposizione, diventano uno stimolo per altre operazioni estetiche. L’importanza di questa identificazione avviene in un periodo storico particolare, nel quale i modelli di inter-relazione fisica tendono a lasciare il posto a modelli di interconnessione virtuale. Il recupero di una realtà vera e tangibile da tutti condivisa diventa una autentica novità e l’interruzione del corto circuito tra fruitore e media, l’arte partecipativa di questo progetto recupera la semplicità dello scambio di un’esperienza estetica.

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