Lolita Timofeeva

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2011 Maurizio Vanni. Conversazione con Lolita Timofeeva

Opus Alchymicum

Oltre ad essere stati i precursori della chimica moderna, gli alchimisti svilupparono un aspetto simbolico della loro ricerca il cui fine era quello di produrre l’oro della illuminazione mistica. Questo approfondimento di tipo religioso, assecondato inverosimilmente dalla sintesi alchemica di alcune sostanze con effetti allucinogeni, confluì in un sistema altamente spirituale che mirava alla salvezza dell’anima e alla sua riunificazione con la propria sorgente divina. Il sistema era costituito da una serie di rituali e simboli, dottrine e particolari procedimenti che erano custoditi con la massima segretezza e che finirono per scomparire nel XVII sec. in parallelo al declino dell’alchimia. Con il termine Opus Alchymicum si intende il lavoro svolto dagli alchimisti medievali relativo allo scopo definitivo della loro ricerca, ovvero quello che li stimola ad approfondire lo studio dell’arte. Da quali presupposti nasce il tuo progetto Opus Alchymicum?

Il progetto nasce da uno stimolo molto forte, dallo stupore di aver incontrato fuori di me qualcosa che già da tempo coltivavo dentro, una possibile risposta alle mie domande più profonde. La cosa importante è stata quella di dare risposta a certi stimoli in modo reattivo e interattivo. Spesso le soluzioni sono molto più vicine di quanto pensiamo, ma non sempre le percepiamo in modo corretto.

Uno stimolo legato a un evento in particolare, a un incontro, a un luogo speciale o semplicemente una naturale metamorfosi interiore ed esistenziale che ti ha condotto a rimettere in discussione alcuni aspetti della tua esistenza?

Tutto è iniziato da un libro che mi ha portato a leggerne altri, a cambiare il modo di rapportarmi al mondo e, indirettamente, a incontrare e conoscere nuove e straordinarie persone. Un giorno, nella Cappella di Sansevero a Napoli, acquistai un libro sulla vita del Principe Sansevero che mi indusse a leggere anche le fonti, cioè i testi ermetici. Questa lettura è stata illuminante, ha determinato una specie di trasmutazione della mia mente attraverso una conoscenza più profonda del mio essere, per mezzo di una sorta di autoanalisi che mi ha portato ad esaminare, in modo cosciente, le immagini del sogno, dell’incubo, dell’allucinazione.

Quando parliamo di sogno non possono non venirci in mente i lavori dei surrealisti che si basavano proprio sulla volontà di indagare l’uomo, attraverso ottiche alternative a quelle convenzionali, di esplorarne la dimensione interiore e di sfruttare le infinite potenzialità dell’inconscio. Con questo tipo di opere si assisteva alla sistematica decisione di andare oltre ogni cosa: si assecondavano le visioni collegate alle coscienti e incoscienti illusioni forzando a tal punto l’immaginazione da confondere l’onirico con il reale. Tecniche, strumenti e metodi miravano a restituire all’uomo la primitiva purezza sottraendolo agli schemi oppressivi imposti dalla società. L’automatismo segnico e cromatico, unito all’esaltazione dell’irrazionalità e dell’emisfero destro del cervello, riconsegnò all’artista la propria verità interiore. Potremo considerare, alla luce di ciò che abbiamo detto, il tuo un metodo legato all’istinto, all’impulso interiore e alla totale libertà espressiva?

Sicuramente si, ma ciò che prima ignoravo di me ora mi è più chiaro: anche in precedenza utilizzavo il mio inconscio, ma non avevo gli strumenti per analizzarlo e, per certi versi, condurlo dove avrei voluto. Conoscendo meglio me stessa ho acquisito una maggiore sicurezza e una libertà in grado di abbattere i tanti confini che ci costruiamo per difesa nella nostra mente. L’espressione degli antichissimi “Nosce te ipsum” significa conosci te stesso da un punto di vista né religioso né mistico, ma intensamente introspettivo. Ed è proprio questo il vero senso dell’alchimia e del pensiero ermetico. L’Alchimia, infatti, non si proponeva di risolvere un problema chimico, bensì spirituale, anche se alcuni avidi sperimentatori ne fraintesero il senso fondamentale cercando di convertire in oro metalli vili. Il metallo vile di cui si parlava altro non era che la mente dell’uomo. Per oro alchemico si intendeva “L’oro dell’intelligenza mercuriale” privata di ogni impurità metallica, ovvero del pensiero corrotto. Un altro termine che si usava per definire la conoscenza era “La pietra filosofale”.

Il simbolismo alchemico è l’emblema della traslazione, ovvero di quel fenomeno noto non solo in ambito psicoanalitico, ma anche nei normali rapporti umani. Vi sono relazioni serrate tra l’alchimia e la psicologia dell’inconscio che si manifestano proprio nella proiezione della parte più profonda di noi attraverso le sue tappe per giungere al compimento dell’Opus. Nel Medioevo, attraverso l’opera degli alchimisti, si mette a fuoco per la prima volta in modo perentorio il desiderio dell’uomo di oltrepassare i limiti imposti alla natura umana. L’alchimia, in questo senso, anticipa e prepara l’avvento della moderna civiltà. Dal medioevo alla civiltà moderna corrono secoli, stili di vita, codici espressivi differenti e, in certi casi opposti. Su quali basi poggia la tua teoria e quali linguaggi contempla?

Quando io lavoro tendo ad allontanarmi dalla cultura del mio tempo e mi impegno nella ricerca di un diverso linguaggio poetico, che sia il più possibile astratto e disgiunto dalla realtà. Il ciclo di opere in questo progetto, infatti, è fuori da un contesto storico-culturale concreto e tende all’universalizzazione e alla genericità dei significati. Interpreto la realtà mediante l’uso di analogie e di associazioni di idee. Nel momento dell’avvicinamento tra i fattori che appartengono a opposte dimensioni di significato, che normalmente non verrebbero mai legati insieme, le immagini mi appaiono complesse, ambigue, oscure, prive di un senso logico e quasi incomprensibili, però mi sorprendono diventando di lì a poco “immagini aperte”.

L’idea delle enormi ricchezze che la pietra filosofale avrebbe potuto offrire coinvolse a tal punto l’immaginario delle persone che gli alchimisti ricevettero, al pari degli artisti, denaro e ospitalità presso governi desiderosi di incrementare la loro potenza economica. Moltissime persone importanti credettero realmente alla possibilità di ottenere l’oro: la regina Cristina di Svezia, al pari dei filosofi Bacone e Leibniz, ebbe fortissime convinzioni sull’argomento. Naturalmente ognuno era libero di interpretare questa sorta di magia scientificamente riconosciuta a modo proprio. Lo spettatore delle opere del tuo progetto, in pratica, deve conoscere l’Opus Alchymicum o può interagire con la tua istallazione a prescindere dal suo livello culturale?

La mente umana è un serbatoio immenso di ricordi e sensazioni, sede inesplorabile dell’inconscio personale e della memoria storica. Ognuno di noi è dotato di molteplici capacità per una libera interpretazione delle immagini attraverso una simbologia personale. Lo spettatore ha la possibilità di caricare ogni immagine con i propri contenuti, ma arriverà sempre e comunque allo stesso significato. Proprio perché esploro il mondo archetipico, cioè la memoria collettiva, un qualcosa riconoscibile da tutti a livello inconscio e genetico, indifferentemente dalla provenienza e dalla cultura. Ogni percorso di fruizioni condurrà sempre e comunque a vivere un’esperienza personale seppur condivisa.

Negli anni precedenti, con le tue opere hai sempre cercato di indagare la mente dell’uomo, di utilizzare segni e simboli per stimolare una fruizione interattiva e partecipativa. I tuoi lavori erano carichi di allusioni e di riferimenti culturali, ma esisteva l’inizio e la fine di ogni dipinto o ciclo. In quest’ultimo progetto si percepisce un cambio di rotta netto con il passato, un’apertura verso altre dimensioni. Una fase nuova o un voler rimettere in discussione completamente il percorso intrapreso fino ad ora?

In certi momenti si sente il bisogno di voltare pagina e, per me , questo è uno di quei momenti, ma senza ripudiare ciò che è stato fatto. Tutto è servito per arrivare fin qui. Mi sento cresciuta, pronta per affrontare temi più complessi, ma gratificanti e fondamentali sia per la mia crescita professionale sia per la mia consapevolezza spirituale e filosofica.

Il tuo è stato un percorso serio e tradizionale, ma assolutamente personale. Dopo l’Accademia, infatti, hai comunque intrapreso un cammino che portava la tua mente ad esaltarsi nei confronti del tuo strumento espressivo. Hai sempre amato operare sul confine tra reale e immaginifico, tra verità e finzione, tra memoria e racconto ideale. Adesso, pur rimanendo fedele alle indagini nella surrealtà, hai approfondito a un qualcosa di ancora più misterioso ed ermetico. Un’opportunità fortuita o una ricerca pianificata?

La ricerca mi appassiona. Quando un artista smette di sperimentare rischia di proseguire clonando i propri lavori all’infinito diventando nulla di più di un bravo artigiano. Penso che Surrealismo ed Ermetismo siano due facce della stessa medaglia; infatti hanno che fare con l’inconscio e quindi fanno parte del mio modo di vedere, di sentire e di pensare. La formazione accademica mi ha creato basi solide, ma avevo un bisogno disperato di libertà mentale e tanta voglia di stravolgimento. Quindi non appena ho potuto avvicinarmi al Surrealismo, proibito in Unione Sovietica negli anni dei miei studi, ho capito che sono nata surrealista e che era proprio quello il modo in cui vedevo le cose. Ho coltivato questa tendenza per alcuni anni finché non è sbocciata in un qualcosa di più personalizzato e ancora più profondo. Quindi non ripudio nulla del mio percorso. E’ stato un viaggio genuino che ha contribuito alla mia crescita. Mi piace molto l’idea fondamentale proposta dai testi ermetici, cioè quella dell’unità del tutto, sulla quale si fondava una visione olistica della realtà.

Secondo i principi dell’Ermetismo, tutte le cose derivano da una causa prima o da un’unica virtù dalla quale scaturiscono gli elementi definiti sostanza astrale o quintessenza. Tutto nell’universo può essere ricondotto all’unità perché, oltre la molteplicità delle forme visibili, non vi è che un unico principio, in grado di differenziarsi all’infinito riconvertendosi in pura essenza. Negli illimitati mondi che animano lo spazio infinito, nelle forme armoniose della Natura, come nel corpo dell’uomo, si ripete costantemente la stessa legge, quella unitaria perché sottesa dall’esplicazione di una forza unica e intelligente. La strada che porta alla comprensione dell’essenza dell’uomo passa dunque attraverso l’unitarietà dei fenomeni naturali e, quindi, della sublimazione del molteplice nella virtù unica. Cosa ti ha conquistata dell’Ermetismo e quali sono state le tue fonti?

La parola “ermetismo” non definisce una chiusura, un tappo, un suggello che impedisca il passaggio dell’aria, anche se una parte degli alchimisti ritenevano di dover tenere ermeticamente nascosti certi segreti per arrivare alla pietra dei filosofi, con il termine Ermetismo si definisce una forma di pensiero filosofico, un modo di sentire e di vivere che affonda le sue origini nell’antico Egitto e che in seguito, contaminandosi con la civiltà greca classica, ha aperto la strada a riflessioni e a una vasta produzione di opere di carattere filosofico e teologico, raccolte nel cosi detto Corpus hermeticum. Si tratta di una serie di testi raggruppati e ordinati in età bizantina scelti probabilmente per la loro ispirazione filosofica e per l’assonanza con gli elementi della cultura cristiana. A Hermes, antica divinità greca, corrispondono il Thot egizio e il Mercurio latino. Nel tentativo di creare una liturgia della Chiesa, molti riti e simbolismi pagani, indicanti le verità eterne, si sovrapposero nel Rituale romano, quindi la mitologia è come un’enorme enciclopedia teologica in cui le divinità rispecchiano forze ed energie della Natura.

Ermete Trimegisto è una figura mitica nata dall’identificazione del greco Hermes con il più antico Ermete Thoth, il misterioso e primigenio iniziatore dell’Egitto alle sacre dottrine. Indicato come patriarca indiscusso della scienza alchemica, Ermete è dunque una figura che ricorre più volte nella tradizione filosofico-spirutuale della nostra cultura e che presiede la ricerca che ogni persona pratica per ritrovare se stessa. Oggi potremmo riconoscerlo come archetipo dell’evento mistico, come colui che ha incarnato, in tempi e modi differenti, l’incontro-rivelazione tra umano e divino. Se è vero che c’è un filo rosso che unisce le manifestazioni più misteriose dello spirito nel corso del tempo, Ermete può essere considerato il Talismano che le riassume e che le evoca.

Infatti, Ermete è l’ambasciatore tra le divinità e l’uomo, rappresenta il legame tra il mistero della Natura e la comprensione umana. Nelle religioni cristiane, Ermete corrisponde allo Spirito Santo. 

Parlami di altre letture che abbiano avuto il potere di ispirarti.

Non credo nell’ispirazione pura. Credo nel lavoro quotidiano, nella ricerca, nel metodo. Se io non mi impongo di aprire ogni giorno la porta del mio studio, l’ispirazione non viene a farmi visita. Comunque leggo prevalentemente saggistica, ed amo i classici della letteratura. Mi sono alimentata di letteratura russa, i miei autori preferiti sono Dostoevskij, Bulgakov e Gogol. Dostoevskij per l’immaginazione e per l’inquadratura tagliente dei personaggi, Bulgakov e Gogol per la fantasia. Gli scrittori contemporanei non raggiungono simili picchi di sapere, tuttavia ho le mie preferenze, e qualcuno di loro ha un vero talento.

Esiste un libro speciale che consiglieresti di leggere a tutti? Se tu potessi salvare un libro da una sorta di Apocalisse culturale, cosa metteresti in valigia?

Ce n’è più di uno: “La divina commedia”, “Ulisse”, “Pinocchio”, “Alice nel paese delle meraviglie”. Tutti questi libri hanno in comune una cosa: il viaggio, il percorso che fa ognuno di noi durante la vita per acquisire conoscenze. Del mondo e di se stessi. Ecco un esempio di archetipo e di pensiero ermetico. Ormai tutte le strade mi portano in questa direzione e la ricerca sui significati e i simboli alchemici tende a diventare infinita.

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